Tempi forti della Liturgia

quaresima

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

«Il Signore si mostra geloso per la sua terra

e si muove a compassione del suo popolo»

 

–          Con il Mercoledì delle Ceneri comincia la Quaresima, un tempo straordinariamente intenso che ci conduce verso la Pa­squa. Ma perché affrontare ancora una volta questo itinerario impegnativo? Semplicemente per ritrovare la novità, la fre­schezza, lo smalto della nostra condizione di battezzati, di figli di Dio. Ecco dunque l’opportunità, l’occasione per detergere la no­stra vita, per ritrovare uno slancio nuovo, andando proprio alla radice del nostro rapporto con Dio, in Cristo Gesù.

–          Tempo di penitenza e di conversione, la Quaresima inizia quaranta giorni prima della Pasqua con il Merco­ledì delle ceneri. In ogni chiesa, durante l’Eucaristia o la Liturgia della Parola, il sacerdote impone sul capo o sulla fronte dei fedeli un pizzico di cenere rica­vata bruciando i rami di ulivo, benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. Un gesto simbolico, a ricordare la caducità della vita terrena: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» è l’ammonizione del celebrante che accompagna il segno, oppure: «Conver­titi e credi al Vangelo», a evocare le prime parole di Gesù, che aprono il tempo di Quaresima, e spronare i fedeli alla conversione.

–          Quaranta giorni è il tempo che la Chiesa ci offre co­me tempo di purificazione, quaranta giorni perché nella sacra Scrittura i numeri hanno un valore simbolico, esprimono un progetto soprannaturale, e il numero qua­ranta è il numero della prova: quaranta sono i giorni che Noè trascorse nell’Arca, quaranta gli anni che Mosè e il suo popolo peregrinarono nel deserto e tante altre vol­te ancora nella Bibbia ricorre il numero quaranta a in­dicare il tempo della tentazione e del sacrificio. I quaranta giorni della Quaresima sono allora decisi­vi per il nostro cammino spirituale, sono un tempo for­te in cui i paramenti si colorano di viola a ricordare la notte dell’umanità, per poi tingersi di rosa solo la Quarta domenica, detta Laetare, dall’introito della Messa: Laetare Jerusalem, Rallegrati Gerusalemme, a preannunciare la vittoria di Cristo sul­la morte. Quaranta giorni in cui siamo chiamati a vincere le tentazioni, come Gesù nel deserto, attraverso la peniten­za, il digiuno, l’elemosina (Vangelo di oggi). Eppure con altre parole Pao­lo, l’apostolo delle genti, annunciava alla comunità cre­dente l’inizio del tempo quaresimale: «Ecco davvero il tempo propizio, questo è il giorno della salvezza» (Seconda Lettura). Altri tempi, forse, perché oggi non è facile parlare di tempo propizio in un tempo in cui in tanti fanno fatica a far quadrare il pranzo con la cena. Tuttavia, proprio nel ritmo convulso dei nostri giorni, in cui nessuno ha tempo di fermarsi a pregare, in cui le parole hanno per­so la forza del dialogo e il pessimismo ha preso il so­pravvento, è necessario recuperare il senso profondo della Quaresima.

–          Questo è il tempo per riappropriarci del vocabolario cristiano, troppo spesso sciupato da inutili orpelli, e ri­lanciare la parola del Vangelo come parola rivoluziona­ria, centrale per la vita di crede. Forse varrebbe la pena sottolineare che, in questi quaranta giorni che ci separano dalla Pasqua, il nostro peregrinare ha come meta la risurrezione di Cristo e non la croce, la nostra risurrezione e non la nostra condanna. Ecco, allora, che chiamare gli uomini alla penitenza, con­trariamente a quanto si crede, non significa indurli al lutto e al lamento, ma alla conversione del cuore verso la gioia, verso un’economia di salvezza che, a dispetto di ogni crisi, economica o esistenziale che sia, possa aiutarci a recuperare il linguaggio della fiducia, della speranza.

–          Oggi, ciò che realmente affligge l’umanità è la man­canza di nuovi orizzonti che sembra schiacciare il pre­sente sotto il peso di crisi economiche senza precedenti e catastrofi ambientali senza futuro. Fare sacrifici senza sapere che cosa ci attende è alienante; invece, chi sa di camminare verso la salvezza è pronto a prendere la cro­ce, a spogliare sé stesso e a invertire la rotta per andare incontro al nuovo giorno. È pronto, come il popolo dell’antica alleanza, ad affrontare il deserto pur di arri­vare alla terra promessa dove l’uomo ritrova sé stesso, il significato autentico e la gioia del suo essere nel mon­do al di là delle situazioni contingenti.

–          Il deserto nella Bibbia non è solo un luogo geofisico ma un luogo teologico, simbolico, è uno spazio offerto all’uomo per trasformare l’aridità del suo cuore in terra fertile, è un tempo per fare silenzio, per far tacere il rumore del mondo e ascoltare Dio. Terra di morte, terra arida e senz’acqua, dove la speranza dell’uomo sembra venir meno, il deserto è paradossalmente il luogo dove l’Altissimo mostra la sua potenza: la manna dal cielo, l’acqua che sgorga dalla roccia sono il segno della vita che rinasce.

–          Fare penitenza è, dunque, fare deserto per cammina­re a piedi nudi nel silenzio dell’anima e liberarsi da tut­to ciò che appesantisce il cuore, dall’abitudine allo spre­co che sta uccidendo il pianeta, dalla tentazione di com­prare ogni cosa per essere al passo con i tempi, dalla stupida frustrazione di non poter più acquistare cose inutili. Fare deserto è camminare sulla via del Signore, è comprendere che la felicità non consiste nel trasfor­mare le pietre in pane, né nel possedere tutti i regni del­la terra, ma è sentire che non di solo pane vive l’uomo. Anche Gesù, dopo essere stato tentato dal diavolo, si ritirò nel deserto e, dopo quaranta giorni, ebbe fame e sete di giustizia, di misericordia, di compassione. Trovò in sé la forza di trasformare la terra, di stravolgere ogni falso valore, ogni consuetudine e, mettendo gli ultimi ai primi posti, liberava gli oppressi, curava le piaghe e sa­nava i feriti.

–          La Quaresima è il tempo della penitenza gioiosa, il tempo propizio per digiunare dal superfluo, dall’ipocri­sia, dalle parole menzognere, dalle parole che uccidono, da tutto ciò che appesantisce l’anima… è il tempo di fare deserto. La vita può rinascere nella sua pienezza in chi, libero dalle suggestioni dei falsi valori di un’economia diabolica, entra nell’ottica di un’economia di salvezza e, ritrovando l’altro, accogliendo il diverso, sostenendo chi è nel bisogno, nell’elemosina e nella carità ritrova sé stesso. Ritrova la speranza cercando prima il regno dei cieli e poi la sua giustizia.

–          E’ bene ricordare che la Quaresima non è sinonimo di dieta, occasione per perdere peso. Il rapporto col cibo indica ben altro! Quando ci lanciamo sulle pietanze, quando consacriamo al cibo un’attenzione degna di ben altra causa, noi finiamo con l’aprire una finestra sulla nostra esistenza. Lo ammettiamo: siamo percorsi da un’ansia nevrotica, da un bisogno preoccupante di divorare, di riempirci, di colmare una fame profonda che nessun nutrimento riesce a calmare. Ecco il digiuno della Quaresima: un rapporto diverso con il cibo, per avvertire finalmente necessità fondamentali che cerchiamo di coprire, per provare fame e sete di Dio, ma anche per vivere una condivisione più concreta con chi continuiamo a tenere, inesorabilmente, all’uscio del palazzo.

–          Quaresima non è sinonimo di tristezza, di leggi da osservare, di prescrizioni dure e pesanti. Anzi, la Quaresima deve evocare una nuova, concreta libertà. Legami e catene che ci tengono prigionieri degli idoli vengono finalmente recisi. Cerchiamo di uscire da antiche e nuove schiavitù. Cominciamo a rispettare gli altri, rinunciando a sfruttarli. Tentiamo di esercitare il nostro ruolo senza essere prepotenti. Accettiamo la fatica di ascoltare, di dialogare, di collaborare.

–          Quaresima non è il nome di una pozione magica, che ci mette miracolosamente in una condizione nuova. Non è neppure sforzo ostinato, contando solo sulle nostre forze. Anzi, tutto nasce dalla fiducia, da una relazione diversa con Dio, che troppo a lungo abbiamo dimenticato o ignorato. Senza di lui, senza affidarsi alla sua bontà, alla sua misericordia, ogni guarigione è impossibile. Senza gli altri, senza una ritrovata generosità e compassione, la nostra vita cade in un terribile equivoco.

–          Lasciarci riconciliare con Dio è, fin dall’inizio della Quaresima, l’invi­to ad aprire il cuore, a non lasciarlo indurire, affinché possiamo essere capaci di comunione, di condivisione, di accorgerci che Dio cammina con noi e che vuol renderci ogni giorno Suo “popolo”, Sua “famiglia”, insieme.

–          Secondo i dizionari, il vocabolo persona deriva dal greco prósōpon, cioè maschera dell’attore. La maschera serviva agli attori per assumere le sembianze dei personaggi che interpre­tano. Pare di capire che, ad un certo punto, persona e maschera si sono sovrapposte, al punto che la persona altro non sarebbe che un attore che cerca di recitare, al meglio, la parte che la vita gli ha assegnato. La questione, al giorno d’oggi, si è, poi, ingar­bugliata per via delle recite virtuali che occupano l’etere in lun­go e in largo. Non sono pochi quelli che si nascondono dietro la maschera del computer o del telefonino per dare, di sé stessi, un’immagine che non corrisponde alla realtà. In questo turbinio di maschere, il “carnevale” più bello da vedere sarebbe quello di uomini e donne che sfilano così come sono, che si vestono senza firme, che parlano come mamma ha insegnato loro, che hanno un corpo fatto di carne ed ossa senza aggiunte di silicone o di altri interventi estetici. Il carnevale tradizionale finiva con il rogo di un fantoccio, il re della baldoria, considerato il responsabile dell’epidemia di folle violenza. Per questo motivo il carnevale viene definito come una rivolta e non una rivoluzione. La rivolta è un cambia­mento provvisorio dell’ordine che ha, come risultato finale, il ristabilimento dello stesso ordine. Una rivoluzione è, invece, un cambiamento irreversibile di un ordine. La Quaresima è rivoluzione, perché richiede un impegno per il cambiamento (conversione) irreversi­bile della situazione e del comportamento non solo personale, ma anche, e soprattutto, comunitario. Certo, Quaresima vuol dire “sa­crificio”, ma lo sforzo quaresimale non è fine a sé stesso. L’obiet­tivo della Quaresima è la Pasqua, una festa superiore a quella del carnevale perché è Vita permanente di libertà e giustizia.

–          Comincia una nuova Quaresima e s’impone, innanzitutto, il bisogno di dare un senso a questo tempo dell’Anno liturgico. Come già detto, tempo forte, tempo troppe volte accomunato alla tristezza della rinuncia, della penitenza e del sacrificio, esso rischia di generare fin dalle prime battute più una sensazione di rigetto che di adesione convinta ed entusiasta. E, allora, bisogna dirlo subito, la Quaresima può essere vissuta in modo ben diverso da quello solitamente evocato: come un dono, come una grazia, come un’occasione per ritrovare il senso, l’armonia, la bellezza della propria esistenza, come una “primavera”. Chi non ha provato il bisogno di riprendere fiato, la necessità di fermarsi per fare il punto, il desiderio di un po’ di solitudine per ritrovare un po’ di pace e di riposo? Chi non ha avvertito la voglia di distendere le vele, di ricaricare le batterie, di prendere un po’ di distanza dalla vita di ogni giorno per leggere con maggiore lucidità e saggezza quanto stava accadendo? Ora l’Anno liturgico propone ai cristiani questo tempo di 40 giorni perché ognuno risponda ad un appello interiore e ritrovi un’esistenza abitata nel profondo dalla presenza di Dio, ispirata da un senso, da una direzione, guarita dalle ferite ricevute e provocate, riconciliata con quanti vivono accanto a noi.

–          La Quaresima è un periodo consistente, importante e decisivo per ri-trovare il “proprio centro” ed incamminarsi verso il Signore e verso i fratelli. La conversione non è un mutamento superficiale, ma il cambia­mento effettivo del proprio stile di vita, per una piena armonia persona­le e una nuova fioritura familiare, ecclesiale e sociale. È un tempo di opportunità per la vita spirituale: la Comunità cristia­na è stimolata a prendere sul serio la vita di fede. L’interiorità può tor­nare ad essere la dimensione a cui dare il primato: non la vana illusio­ne dell’apparire o la ricerca del godere ad ogni costo, non la pretesa di un’autorealizzazione in progetti che svuotano la persona, e neppure la cor­sa al potere che spesso si traduce in dominio e sfruttamento degli altri. Al contrario, per un cristiano può essere il tempo per riscoprire il valore della Parola di Dio, da prendere sul serio come orientamento necessario per l’esi­stenza. Essa ci invita a riflettere su “croce e risurrezione”, dimensioni da mantenere unite.

–          Come precisato sopra, il digiuno non si fa per “risparmiare”, cioè per motivi economici, o per perdere qualche chilo in più, ridando vigore alla bellezza esteriore, ma per amore di Dio. Un amore che si fa preghiera, ma che reclama la sollecitudine per il prossimo, la solidarietà con i più poveri, un maggiore senso di giustizia (cfr. Is 1,17; Zc 7,5-9). «Il nutrimento di chi ha bisogno sia sostenuto dai nostri digiuni» (S. Leone Magno). In questo senso sono lodevoli le iniziative individuali e comunitarie per una “Quaresima di fraternità”; e la partecipazione alla Cena del Signore diventa un gesto di povertà, di pentimento, di speranza, di annuncio. Chi partecipa seriamente alla Passione del Signore, tutt’oggi viva nei poveri della terra, sa che il ritorno al Padre (quello personale, come quello della Comunità) è cominciato, e che nella mortificazione della carne può fiorire lo Spirito della risurrezione e della vita. Su questa direzione ci invita a camminare il Santo Padre Francesco con il suo messaggio per questo tempo di grazia.

–          Sulla scia dell’odierna pagina evangelica si possono verificare le espressioni di una vita di fede autentica: carità fraterna, preghiera, digiuno. E’ questo «il trinomio per cui sta salda la fede… Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia è la vita del digiuno. Nessuno le divida… Chi prega digiuni… Chi digiuna comprenda bene cosa significa per gli altri non avere da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno…» (S. Pietro Crisologo). Chi pone questi segni sa che il ritorno al Padre è cominciato e che la risurrezione e la vita sono già germogliate.

–          In ogni caso, sembra opportuno suggerire le forme migliori di digiuno: digiuno dalle troppe parole, digiuno dalla televisione, digiuno da qualche divertimento poco edificante, digiuno dalle troppe ore trascorse davanti al computer, digiuno da tutto ciò che è superfluo, ecc.

–          La Liturgia di quest’oggi è segnata dal rito dell’imposizione delle ceneri, che dà il nome al giorno stesso. È opportuno che venga brevemente richiamato quello che esse rappresentano. Le ceneri sono il simbolo eloquente del fallimento, di ciò che è stato bruciato, consumato, distrutto. Le ceneri parlano del nostro peccato, della nostra fragilità, di ciò che ha intaccato e deturpato la nostra vita. Per questo ricevere le ceneri sul capo equivale a riconoscere il male che è in noi, ad esprimere dispiacere, a manifestare il pentimento. Ma le ceneri non sono solo questo. Lungi dall’essere inutili, esse permettono di ottenere un bucato bianco e profumato (la lisciva delle nostre nonne) e, sparse nei campi in primavera, assicurano alla terra una nuova fecondità. Il gesto dell’imposizione delle ceneri ha in sé una carica emotiva e simbolica straordinaria cui le parole di chi presiede la celebrazione, nelle due formule possibili, danno il senso liturgico ed ecclesiale. È, pertanto, necessario predisporre le ceneri in luogo opportuno, come segno semplice ma ben visibile (ovviamente non sull’altare!!!). Una sobria ma solenne Liturgia accoglie anche la difficoltà di accettare le realtà scomode e aiuta a trasformare in preghiera e pellegrinaggio il cammino per ricevere il segno penitenziale delle ceneri. Un po’ lungo tutta la celebrazione, le pause di silenzio e i canti appropriati favoriscono la riflessione e la preghiera, creando così anche uno “stacco” rispetto al clima del carnevale, appena concluso.

–          Con il rito dell’imposizione delle ceneri la Quaresima indica l’atteggiamento “penitenziale” che deve contraddistinguere il cammino cristiano verso la Pasqua. Non si tratta di una pratica devozionistica, per quanto significativa, ma di un deciso orientamento esistenziale. I testi della Scrittura della Liturgia odierna sono un invito forte e chiaro per una “scelta fondamentale”, sulla base della fiducia e della Misericordia di Dio. Al centro della Liturgia della Parola non stanno, infatti, le opere penitenziali del credente, ma l’annuncio dell’Amore di Dio, «che vede nel segreto». Accogliere il Vangelo e convertirsi significa trasformazione interiore, prima e più che esteriore. Preghiera, penitenza e carità saranno frutti autentici di un cuore convertito solo se scaturiranno dal profondo dell’essere e se costituiranno la “verità” del nostro essere, più che del nostro “apparire”.

–          E’ sempre bene ricordare che l’imposizione delle ceneri è strettamente legata a questo giorno: non si può assolutamente fare nella prima Domenica di Quaresima!!! Si eviti, inoltre, in tutti i modi di favorirne un’interpretazione magica!

–          All’inizio della Quaresima forse la prima cosa che ci viene in mente è quella di vedere cosa possiamo fare di diverso, di nuovo, per vivere bene questo tempo. Il rischio è di trasformare il tempo “sacro” della Quaresima in tempo “nostro”, del nostro impegno, della nostra generosità, dei nostri propositi, mentre è innanzitutto il “tempo di Dio”, il tempo del suo primato nella nostra vita; il tempo nel quale siamo invitati a cogliere i segni di Dio e il significato provvidenziale del tempo che si sta svolgendo.

–          L’Aula liturgica sia completamente spoglia: per tutto il tempo di Quaresima, niente fiori, né piante (eccetto presso la custodia della Santissima Eucaristia)! L’austerità dell’ornamento, nella configurazione simbolica, esprime visivamente il bisogno di ritorno all’essenziale.

–          Per tutta la Quaresima si omettono la Grande Dossologia e l’Alleluia.

–          Ci sono spazi per portare la Parola proclamata dentro il Mistero celebrato? La Liturgia romana affida questo ruolo all’antifona alla comunione, che tradizionalmente nelle Domeniche di Quaresima ripeteva un versetto del Vangelo del giorno. Questo uso è stato allargato dal Messale italiano a tutte le Domeniche. Le Liturgie Gallicana e Ispanica, quest’ultima ancora viva, usavano più embolismi o parti variabili che trapuntavano tutto il rito con richiami biblici e teologici ispirati al mistero del giorno. Ci possono essere nella Liturgia eucaristica del Rito Romano, oltre al Prefazio, parti fisse che senza fare violenza alla struttura rituale possono diventare variabili e richiamare il mistero commemorato in un dato giorno liturgico nella Liturgia Eucaristica? Sembra di sì e sono proprio nella preparazione alla comunione: l’embolismo del Padre nostro e la preghiera ad pacem. Si propongono per questo motivo alcuni testi ispirati al Rito Ispanico.

–          Si consegni ai fedeli il Messaggio per la Quaresima del Papa Francesco dal tema: «Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà» (cfr 2 Cor 8,9), incoraggiando i fedeli a leggerlo e meditarlo in famiglia, mettendo in pratica “concretamente” almeno qualche indicazione che lo stesso Papa ci consegna. Scrive il Papa: «Questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole».

DOMENICA DELLE PALME

13 APRILE 2014

COLOMBA CON ULIVO

Con la Domenica delle Palme o più propriamente Domenica della Passione del Signore, inizia la solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Risurrezione.
La Domenica delle Palme giunge quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri e che per cinque liturgie domenicali, ha preparato la comunità dei cristiani, nella riflessione e penitenza, agli eventi drammatici della Settimana Santa, con la speranza e certezza della successiva Risurrezione di Cristo, vincitore della morte e del peccato, Salvatore del mondo e di ogni singola anima.
I Vangeli narrano che giunto Gesù con i discepoli a Betfage, vicino Gerusalemme (era la sera del sabato), mandò due di loro nel villaggio a prelevare un’asina legata con un puledro e condurli da lui; se qualcuno avesse obiettato, avrebbero dovuto dire che il Signore ne aveva bisogno, ma sarebbero stati rimandati subito.
Dice il Vangelo di Matteo (21, 1-11) che questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta Zaccaria (9, 9) “Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma”.
I discepoli fecero quanto richiesto e condotti i due animali, la mattina dopo li coprirono con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme.
Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!”.
A questa festa che metteva in grande agitazione la città, partecipavano come in tutte le manifestazioni di gioia di questo mondo, i tanti fanciulli che correvano avanti al piccolo corteo agitando i rami, rispondendo a quanti domandavano “Chi è costui?”, “Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea”.
La maggiore considerazione che si ricava dal testo evangelico, è che Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso in Palestina, acclamato come solo ai re si faceva, a cavalcioni di un’asina.
Bisogna dire che nel Medio Oriente antico e di conseguenza nella Bibbia, la cavalcatura dei re, prettamente guerrieri, era il cavallo, animale nobile e considerato un’arma potente per la guerra, tanto è vero che non c’erano corse di cavalli e non venivano utilizzati nemmeno per i lavori dei campi.
Logicamente anche il Messia, come se lo aspettavano gli ebrei, cioè un liberatore, avrebbe dovuto cavalcare un cavallo, ma Gesù come profetizzato da Zaccaria, sceglie un’asina, animale umile e servizievole, sempre a fianco della gente pacifica e lavoratrice, del resto l’asino è presente nella vita di Gesù sin dalla nascita, nella stalla di Betlemme e nella fuga in Egitto della famigliola in pericolo.
Quindi Gesù risponde a quanti volevano considerarlo un re sul modello di Davide, che egli è un re privo di ogni forma esteriore di potere, armato solo dei segni della pace e del perdono, a partire dalla cavalcatura che non è un cavallo simbolo della forza e del potere sin dai tempi dei faraoni.
La liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo adatto al di fuori della chiesa; i fedeli vi si radunano e il sacerdote leggendo orazioni ed antifone, procede alla benedizione dei rami di ulivo o di palma, che dopo la lettura di un brano evangelico, vengono distribuiti ai fedeli (possono essere già dati in precedenza, prima della benedizione), quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa.
Qui giunti continua la celebrazione della Messa, che si distingue per la lunga lettura della Passione di Gesù, tratta dai Vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico; il testo della Passione non è lo stesso che si legge nella celebrazione del Venerdì Santo, che è il testo del Vangelo di s. Giovanni.
Il racconto della Passione viene letto alternativamente da tre lettori rappresentanti: il cronista, i personaggi delle vicenda e Cristo stesso. Esso è articolato in quattro parti: l’arresto di Gesù; il processo giudaico; il processo romano; la condanna, l’esecuzione, morte e sepoltura.
Al termine della Messa, i fedeli portano a casa i rametti di ulivo benedetti, conservati quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. Si usa in molte regioni, che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.
In molte zone d’Italia, con le parti tenere delle grandi foglie di palma, vengono intrecciate piccole e grandi confezioni addobbate, che vengono regalate o scambiate fra i fedeli in segno di pace.
La benedizione delle palme è documentata sin dal VII secolo ed ebbe uno sviluppo di cerimonie e di canti adeguato all’importanza sempre maggiore data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu accolta dalla liturgia della Siria e dell’Egitto.
In Occidente giacché questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali (il battesimo era amministrato a Pasqua) e all’inizio solenne della Settimana Santa, benedizione e processione delle palme trovarono difficoltà a introdursi; entrarono in uso prima in Gallia (sec. VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor”; poi in Roma dalla fine dell’XI secolo.
L’uso di portare nelle proprie case l’ulivo o la palma benedetta ha origine soltanto devozionale, come augurio di pace.
Da venti anni, nella Domenica delle Palme si celebra in tutto il mondo cattolico la ‘Giornata Mondiale della Gioventù’, il cui culmine si svolge a Roma nella Piazza S. Pietro alla presenza del papa.

LA LAVANDA DEI PIEDI

GIOVEDI’ 17 APRILE 2014

“Chi ha fatto il bagno non ha bisogno
di lavarsi se non i piedi
ed è tutto puro.
Voi siete puri ma non tutti”
(Giovanni 13, 10)

giotto_lavanda_700pxGiotto, 1303-1305

Siamo nell’ultima sera della vita terrena di Gesù. In quella sala al piano superiore di una casa di Gerusalemme, detta poi “il Cenacolo”, Cristo ha compiuto a sorpresa un gesto che era vietato persino ai servi ebrei nei confronti dei loro padroni, essendo considerato troppo umiliante e quindi da riservare agli schiavi stranieri, cioè la lavanda dei piedi.

Si comprende, così, la reazione sdegnata di Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gesù gli replica: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». E allora l’apostolo, con una reazione impulsiva come non di rado gli accadeva, dichiara: «Signore, allora non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!» (Giovanni 13,8-9). A questo punto il Maestro aggiunge la frase enigmatica che vogliamo mettere in luce, distinguendo un bagno totale del corpo (in greco loúein) e una lavanda parziale dei piedi (níptein).

Dobbiamo, però, osservare che non pochi testi antichi che ci hanno trasmesso la Sacra Scrittura omettono l’inciso sui piedi da lavare dopo il bagno generale. Ebbene, a cosa allude Cristo attraverso questa distinzione che ha un evidente valore simbolico? Molti Padri della Chiesa hanno distinto tra il “bagno” del battesimo e la “lavanda” dei peccati successivamente commessi durante l’esistenza cristiana, attraverso la penitenza-riconciliazione-confessione delle colpe (vedi Matteo 16,19; 18,18; Giovanni 20,23). In realtà, bisogna prima di tutto ricordare che Gesù, con la lavanda dei piedi, ha voluto rappresentare simbolicamente la sua donazione sacrificale per la redenzione-salvezza dell’umanità nell’umiliazione della morte in croce.

Non per nulla dice a Pietro che, qualora egli rifiuti questo dono, «non avrà parte con lui» nel regno futuro. L’apostolo, invece, aveva equivocato e ritenuto che Gesù volesse introdurre un nuovo rituale di purificazione. È per questo che Cristo ribadisce riproponendo il senso profondo di quell’atto: il lavacro battesimale completo ha sempre bisogno dell’atto della donazione estrema di Cristo nella sua morte redentrice, raffigurato proprio nel gesto di umiliazione della lavanda dei piedi. Il discorso, poi, si sposta sul traditore che accetta impassibile quell’atto e che ha già avuto anche il bagno battesimale. Tuttavia, egli non è “puro”.
Annota, infatti, l’evangelista Giovanni in finale: «Gesù sapeva chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”» (13,11).

 

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